Il centro

Il centro

“Le città quadrangolari, reticolari (Los Angeles, per esempio) producono, così si dice, un disagio profondo: esse feriscono in noi un senso cenestesico della città, il quale esige che ogni spazio urbano abbia un centro in cui andare, da cui tornare, un luogo compatto da sognare e in rapporto al quale dirigersi e allontanarsi, in una parola, inventarsi. Per molteplici ragioni (storiche, economiche, religiose, militari) l’Occidente ha fin troppo ben compreso questa legge: tutte le sue città sono concentriche; ma, conformemente al movimento stesso della metafisica occidentale, per la quale ogni centro è la sede delle verità, il centro delle nostre città è sempre pieno: luogo contrassegnato, è lì che si raccolgono e si condensano i valori della civiltà: la spiritualità (con le chiese), il potere (con gli uffici), il denaro (con le banche), le merci (con i grandi magazzini), la parola (con le “agorà”: caffè e passeggiate). Andare al centro vuol dire incontrare la “verità” sociale, partecipare alla pienezza superba della “realtà”.
La città di cui parlo (Tokyo) presenta questo paradosso prezioso: essa possiede sì un centro, ma questo centro è vuoto. Tutta la città ruota intorno a un luogo che è insieme interdetto e indifferente, dimora mascherata della vegetazione, difesa da fossati d’acqua, abitata da un imperatore che non si vede mai, cioè, letteralmente, da non si sa chi. Quotidianamente, con la loro andatura rapida, energica, spedita come la traiettoria di un proiettile, i taxi evitano questo cerchio la cui cima bassa, forma visibile dell’invisibile, nasconde “il nulla” sacro. Una delle due città più potenti del mondo moderno è dunque costruita intorno ad un anello opaco di muraglie, d’acque, di tetti e di alberi, il cui centro stesso non è altro che un’idea evaporata, che sussiste non per irradiare qualche potere, ma per offrire a tutto il movimento urbano il sostegno del proprio vuoto centrale, obbligando la circolazione ad una deviazione perpetua. In questo modo, a quel che si dice, l’immaginario si dispiega circolarmente, per corsi e ricorsi, intorno a un soggetto vuoto.”

Moraledellafavola: B. Barthes, L’impero dei segni, p. 39

‎”Gli orari della vita dovrebbero prevedere un momento, un momento preciso della giornata, in cui ci si potrebbe impietosire sulla propria sorte. Un momento specifico. Un momento che non sia occupato nè dal lavoro, né dal mangiare, né dalla digestione, un momento perfettamente libero, una spiaggia deserta in cui si potrebbe stare tranquilli a misurare l’ampiezza del disastro. Con queste misure davanti agli occhi, la giornata sarebbe migliore, l’illusione bandita, il paesaggio chiaramente delineato. Ma se si pensa alla propria sventura tra due forchettate, con l’orizzonte ostruito dall’imminente ripresa del lavoro, si prendono delle cantonate, si valuta male, ci si immagina messi peggio di come si sta. Qualche volta, addirittura, ci si crede felici!”

Moraledellafavola: C. Monet, ‎La gare Saint Lazare + D. Pennac, da Il paradiso degli Orchi

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L’unica nota positiva dei momenti in cui sollevi le cinque W (who, what, when, where, why, tutteinsiemeappassionatamente) è l’infinita dose di ispirazione. Almeno quella. Mentre scaccio il tempo indolenzito, vedo nelle immagini tanta poesia e tanta poesia nelle immagini. Ogni cosa è un’implosione di dimensioni, come in un quadro di Braque. Il sole è ancora caldo e lo guardo fisso per sentirlo profondo sulla pelle. Vedo le città  immense e ho voglia di percorrerle; gli odori, esuberanti, dalle narici energizzano le punte dei piedi; troppe pagine sono bianche e ho desiderio di riempirle; ho troppe cose da imparare per adagiarmi e stare ferma.

Moraledellafavola: 1) dovrebbe essere sempre lunedì  2) farò una lista dei miei verbi preferiti: energizzare è uno di questi.

In the night

In the night

Di notte è tutta un’altra storia. E’ il buio che fa la differenza. Ti cambia dentro e fuori. E’ talmente fitto che senza un lampione, un faro o la fiamma debole di un accendino consumato non riesci a distinguere il confine tra il cielo e la terra. E qui ti voglio. Trovarti con i piedi sul suolo e con la testa tra le stelle e vivere lo spettacolo più bello del mondo. Gratuito, in prima fila e con una poltrona ergonomica con tanto di fili d’erba che ti accarezzano il lobo dell’orecchio. Perché fermarsi in una campagna, o in un qualsiasi posto – ignoto o conosciuto – assicurarsi che nessun cane verrà morderti e nessun contadino geloso del suo territorio verrà a fucilarti, sdraiarsi completamente tanto da rendere la schiena un tutt’uno con la terra, stare zitto per non turbare i rumori di madre natura, avere l’impressione di trovarsi ad un passo dalla luna e soffermarsi senza porsi dei limiti spazio temporali, se non quello di un’alba delicata che – dio mio quanto sei bella – offrirà il suo fascio di luce è… sì, lo spettacolo più bello del mondo. Poco importa se ti sporcherai le mani, i capelli e troverai qualche impronta sul tuo maglione preferito. Poco importa se qualcuno al solito “cosa fai stasera?” e all’ insolito ”vado in un campo di terra a toccare il cielo” ti prenderà per pazza.
Perché di notte è tutta un’altra storia. Metti la macchina, anche lei, la stessa che di giorno con quel caldo africano sembra una sauna da soffocamento diventa più bella. E appena la metti in moto, ingrani le marce, inizi a girare alle quattro tra le strade di una città vuota, con la radio onnipresente che scandisce ogni tuo movimento, ti senti un po’ un conquistatore del mondo come se potessi andare ovunque anche se puntualmente la luce rossa della benzina inizia a lampeggiare. E il vino di notte ha tutto un altro sapore. Ha quel surplus indefinito che ti permette un po’ di sognare. E non mi riferisco all’ubriacata che ti scombussola lo stomaco, ma a quell’agrodolce che solletica il cervello, di cui si prende cura, seppur per pochi istanti.  Perché di notte è tutta un’altra storia…

Morale della favola: cose dette che ritornano sempre.

La playlist di gennaio che è passato

La playlist di gennaio che è passato

Poco importa se è finito e quasi insapore continuo a masticarlo, perché poi se non si fa così, finisco per passare sopra tutto e soffermarmi su niente. Poco importa se è febbraio e quasi marzo, tanto il freddo, grado in più grado in meno, è sempre quello. Gennaio è una carezza un po’ ruffiana, un litote in piena, un imbuto dall’apertura larghissima destinato fisiologicamente a stringersi, un sospiro profondo che senti solo tu, un’attesa paziente che spera nel suo momento di gloria.

Morale della favola: ecco una personale playlist del mese di gennaio che è passato. Cliccare sulle singole canzoni che ne fanno parte o semplicemente sul player di youtube per ascoltarle in sequenza :)

1. Devendra Banhart – Santa Maria Da Feira

2. Poney Express  -Les Petits Matins

3. Foo Fighters – Big Me     

4. Television – Marquee Moon

5. Deus – Favourite Game

6. Radiohead/On A Friday – Fragile Friend 

7. Polmo Polpo – Dreaming (….Again)

8. Beatles – Don’t Let Me Down

9. Pink Floyd – Mother 

10. Pearl Jam – Who You Are 

11. Leonard Cohen – Lullaby

12. 24 Grana – Smania ‘e cagna’

13. Diaframma – Gennaio

14. Nick Cave and The Bad Seeds – Long Black Veil

Non occorre titolo

Non occorre titolo

Si è arrivati a questo: siedo sotto un albero,
sulla sponda d’un fiume
in una mattina assolata.
E’ un evento futile
e non passerà alla storia.
Non si tratta di battaglie e patti,
di cui si studiano le cause,
né di tirannicidi degni di memoria.

Comunque siedo su questa sponda, è un fatto.
E se sono qui,
da qualche parte devo pur essere venuta,
e in precedenza
devo essere stata in molti altri posti,
esattamente come i conquistatori di terre lontane
prima di salire a bordo.

Anche l’attimo fuggente ha un ricco passato,
il suo venerdì prima del sabato,
il suo maggio prima di giugno.
Ha i suoi orizzonti non meno reali
di quelli nel cannocchiale dei capitani.

Quest’albero è un pioppo radicato da anni.
Il fiume è la Raba, che scorre non da ieri.
Il sentiero è tracciato fra i cespugli
non dall’altro ieri.
Il vento per soffiare via le nuvole
prima ha dovuto spingerle fin qui.

E anche se nulla di rilevante accade intorno,
non per quello il mondo è più povero di particolari,
peggio fondato, meno definito
di quando lo invadevano i popoli migranti.

Il silenzio non accompagna solo i complotti,
né il corteo delle cause solo le incoronazioni.
Possono essere tondi non solo gli anniversari delle insurrezioni,
ma anche i sassolini in parata sulla sponda.

Fitto e intricato è il reame delle circostanze.
Il punto della formica nell’erba.
L’erba cucita alla terra.
Il disegno nell’onda in cui si infila un fuscello.

Si da’ il caso che io sia qui e guardi.
Sopra di me una farfalla bianca sbatte nell’aria
ali che sono solamente sue,
e sulle mani mi vola un’ombra,
non un’altra, non d’un altro, ma solo sua.

A tale vista mi abbandona sempre la certezza
che ciò che è importante
sia più importante di ciò che non lo è.

Morale della favola:  affetta da una sensibilità acuta per le piccole cose, Wislawa Szymborska  è morta lo scorso mercoledì 1 febbraioA me piace ricordarla come un’ideale signora della porta accanto, con un filo di rossetto sulle labbra e uno sguardo misto di dolcezza e malinconia. Una di quelle che conosci e non conosci,  che mentre aspetti l’ascensore se ne uscirebbe con un’eterna perla di saggezza. Da ricordare.


Napoli e Cetara

Napoli e Cetara

Vorrei Napoli e Cetara – lo spazio -
La prima per un periodo relativamente lungo, la seconda per qualche giorno - il tempo

A Cetara durante il mese di gennaio, farei un giro nel paesino privo di turisti e dei suoi duemila abitanti ne incontrerei solo qualcuno: un vecchietto dalle efelidi marcate e un pescatore. Un civile scambio di saluti diventerebbe una chiacchierata senza fretta e finiremo per parlare della colatura di alici chenonsocomesifa e della cupola maiolicata della chiesa di San Pietro apostolo, quella con i rombi tutti verdi gialli così grande che si vede da lontano. Poi mi siederei sulla spiaggia antistante la piazzetta e nello squarcio di mare abbracciato dal monte Falerzio troverei la pace dell’ultimo giorno d’estate. Il sole sarebbe debole, il suo lembo inferiore si unirebbe al mare in un tutt’uno e nel pomeriggio verrebbe anche a piovere ma sarebbero gocce delicate, quelle che preannunciano la fine dell’inverno anche se mancano due mesi. Mi avvicinerei alla riva e toccherei l’acqua con le punta delle dita giusto a convincermi del suo gelo e resterei lì, sulla spiaggia antistante la piazzetta, fino all’imbrunire perché poi davanti al mare si fanno grandi riflessioni.

Vorrei Napoli e Cetara in un pugno chiuso da aprire all’occorrenza.

A Napoli – che non sai da dove partire/che non sai dove finire – inizierei da piazza Bellini e in quell’area rettangolare dedicata al musicista siciliano di cui ogni tanto fischietto Adelson e Salvini , mi ricorderei del prof. di musica delle medie che appena entrava in classe cacciava dall’aula almeno tre persone e una volta mandò fuori anche me perché “parlavo troppo”. E il ricordo manterrebbe la sua coerenza perché nel giro un minuto mi troverei davanti al Regio Conservatorio di Musica (che mi piace pronunciarlo lentamente), quello di San Pietro a Majella – che quando passi senti sempre un contrabbasso e un pianoforte/che quando passi vorresti entrarci e curiosare -. E poi da lì uno sguardo indietro verso port’Alba e uno avanti diretto a piazza San Domenico maggiore, piazzetta Nilo, san Biagio dei librai e tuttoilresto. E in tuttoilresto – per un po’, giusto il tempo (che non basta mai) di capirla e di capirmi – immagino a Napoli qualcosa di solido: un posto recondito da cui vedere il panorama, lo stipite di una porta su cui appoggiarmi e tu, come sempre, che mi spieghi le cose semplici e io a Napoli che scendo giù e vedo gli incastri.

Morale della favola: 

Peace Piece

Peace Piece

Devi aspettare più o meno la mezzanotte, quando tutti dormono e sentire solo le tue dita pigiare sulla tastiera del portatile, quasi a farti compagnia. Poi ti fermi, ti stacchi dal pc e metti un gran punto, uno di quelli che solo la notte può saggiamente suggerire. Allora sposti i libri che invadono il letto, ti fai un po’ di spazio, infili sotto il cuscino una macedonia di pensieri, i riff pesanti, le parole non dette e il solito braccialetto che si abbina con tutto.

Morale della favola: non è tempo di Blu in Green, né di Waltz for Debby. E’ tempo di fermarsi, è tempo di pace.