La playlist di gennaio che è passato

La playlist di gennaio che è passato

Poco importa se è finito e quasi insapore continuo a masticarlo, perché poi se non si fa così, finisco per passare sopra tutto e soffermarmi su niente. Poco importa se è febbraio e quasi marzo, tanto il freddo, grado in più grado in meno, è sempre quello. Gennaio è una carezza un po’ ruffiana, un litote in piena, un imbuto dall’apertura larghissima destinato fisiologicamente a stringersi, un sospiro profondo che senti solo tu, un’attesa paziente che spera nel suo momento di gloria.

Morale della favola: ecco una personale playlist del mese di gennaio che è passato. Cliccare sulle singole canzoni che ne fanno parte o semplicemente sul player di youtube per ascoltarle in sequenza :)

1. Devendra Banhart – Santa Maria Da Feira

2. Poney Express  -Les Petits Matins

3. Foo Fighters – Big Me     

4. Television – Marquee Moon

5. Deus – Favourite Game

6. Radiohead/On A Friday – Fragile Friend 

7. Polmo Polpo – Dreaming (….Again)

8. Beatles – Don’t Let Me Down

9. Pink Floyd – Mother 

10. Pearl Jam – Who You Are 

11. Leonard Cohen – Lullaby

12. 24 Grana – Smania ‘e cagna’

13. Diaframma – Gennaio

14. Nick Cave and The Bad Seeds – Long Black Veil

Non occorre titolo

Non occorre titolo

Si è arrivati a questo: siedo sotto un albero,
sulla sponda d’un fiume
in una mattina assolata.
E’ un evento futile
e non passerà alla storia.
Non si tratta di battaglie e patti,
di cui si studiano le cause,
né di tirannicidi degni di memoria.

Comunque siedo su questa sponda, è un fatto.
E se sono qui,
da qualche parte devo pur essere venuta,
e in precedenza
devo essere stata in molti altri posti,
esattamente come i conquistatori di terre lontane
prima di salire a bordo.

Anche l’attimo fuggente ha un ricco passato,
il suo venerdì prima del sabato,
il suo maggio prima di giugno.
Ha i suoi orizzonti non meno reali
di quelli nel cannocchiale dei capitani.

Quest’albero è un pioppo radicato da anni.
Il fiume è la Raba, che scorre non da ieri.
Il sentiero è tracciato fra i cespugli
non dall’altro ieri.
Il vento per soffiare via le nuvole
prima ha dovuto spingerle fin qui.

E anche se nulla di rilevante accade intorno,
non per quello il mondo è più povero di particolari,
peggio fondato, meno definito
di quando lo invadevano i popoli migranti.

Il silenzio non accompagna solo i complotti,
né il corteo delle cause solo le incoronazioni.
Possono essere tondi non solo gli anniversari delle insurrezioni,
ma anche i sassolini in parata sulla sponda.

Fitto e intricato è il reame delle circostanze.
Il punto della formica nell’erba.
L’erba cucita alla terra.
Il disegno nell’onda in cui si infila un fuscello.

Si da’ il caso che io sia qui e guardi.
Sopra di me una farfalla bianca sbatte nell’aria
ali che sono solamente sue,
e sulle mani mi vola un’ombra,
non un’altra, non d’un altro, ma solo sua.

A tale vista mi abbandona sempre la certezza
che ciò che è importante
sia più importante di ciò che non lo è.

Morale della favola:  affetta da una sensibilità acuta per le piccole cose, Wislawa Szymborska  è morta lo scorso mercoledì 1 febbraioA me piace ricordarla come un’ideale signora della porta accanto, con un filo di rossetto sulle labbra e uno sguardo misto di dolcezza e malinconia. Una di quelle che conosci e non conosci,  che mentre aspetti l’ascensore se ne uscirebbe con un’eterna perla di saggezza. Da ricordare.


Napoli e Cetara

Napoli e Cetara

Vorrei Napoli e Cetara – lo spazio -
La prima per un periodo relativamente lungo, la seconda per qualche giorno - il tempo

A Cetara durante il mese di gennaio, farei un giro nel paesino privo di turisti e dei suoi duemila abitanti ne incontrerei solo qualcuno: un vecchietto dalle efelidi marcate e un pescatore. Un civile scambio di saluti diventerebbe una chiacchierata senza fretta e finiremo per parlare della colatura di alici chenonsocomesifa e della cupola maiolicata della chiesa di San Pietro apostolo, quella con i rombi tutti verdi gialli così grande che si vede da lontano. Poi mi siederei sulla spiaggia antistante la piazzetta e nello squarcio di mare abbracciato dal monte Falerzio troverei la pace dell’ultimo giorno d’estate. Il sole sarebbe debole, il suo lembo inferiore si unirebbe al mare in un tutt’uno e nel pomeriggio verrebbe anche a piovere ma sarebbero gocce delicate, quelle che preannunciano la fine dell’inverno anche se mancano due mesi. Mi avvicinerei alla riva e toccherei l’acqua con le punta delle dita giusto a convincermi del suo gelo e resterei lì, sulla spiaggia antistante la piazzetta, fino all’imbrunire perché poi davanti al mare si fanno grandi riflessioni.

Vorrei Napoli e Cetara in un pugno chiuso da aprire all’occorrenza.

A Napoli – che non sai da dove partire/che non sai dove finire – inizierei da piazza Bellini e in quell’area rettangolare dedicata al musicista siciliano di cui ogni tanto fischietto Adelson e Salvini , mi ricorderei del prof. di musica delle medie che appena entrava in classe cacciava dall’aula almeno tre persone e una volta mandò fuori anche me perché “parlavo troppo”. E il ricordo manterrebbe la sua coerenza perché nel giro un minuto mi troverei davanti al Regio Conservatorio di Musica (che mi piace pronunciarlo lentamente), quello di San Pietro a Majella – che quando passi senti sempre un contrabbasso e un pianoforte/che quando passi vorresti entrarci e curiosare -. E poi da lì uno sguardo indietro verso port’Alba e uno avanti diretto a piazza San Domenico maggiore, piazzetta Nilo, san Biagio dei librai e tuttoilresto. E in tuttoilresto – per un po’, giusto il tempo (che non basta mai) di capirla e di capirmi – immagino a Napoli qualcosa di solido: un posto recondito da cui vedere il panorama, lo stipite di una porta su cui appoggiarmi e tu, come sempre, che mi spieghi le cose semplici e io a Napoli che scendo giù e vedo gli incastri.

Morale della favola: 

Peace Piece

Peace Piece

Devi aspettare più o meno la mezzanotte, quando tutti dormono e senti solo le tue dita pigiare sulla tastiera del portatile, quasi a farti compagnia. Poi ti fermi, ti stacchi dal pc e metti un gran punto, uno di quelli che solo la notte può saggiamente suggerire. Allora sposti i libri che invadono il letto, ti fai un po’ di spazio, infili sotto il cuscino una macedonia di pensieri, i riff pesanti, le parole non dette e il solito braccialetto che si abbina con tutto.

Morale della favola: non è tempo di Blu in Green, né di Waltz for Debby. E’ tempo di fermarsi, è tempo di pace.

 

La vendemmia

La vendemmia

Le persone che vorresti conoscere e quelle che hai conosciuto per un periodo troppo breve, i colori che affiorano, gli stormi di uccelli perché è tempo di cambiare, la consapevolezza – spesso inerme – che il mondo va oltre il vagone di un treno sempre in ritardo e le chiacchiere blasfeme, va oltre l’insonnia e le solite apparenze e – il mondo – guarda al di là della mia stanza rossa e dello schermo di un computer dalla memoria ormai satura. E poi i chilometri che scorrono, le atmosfere che ingannano, il ghiaccio dentro, il sole fuori e viceversa, i sensi unici e le corrispondenze biunivoche, i “te l’avevo detto”,  i perimetri che stringono, gli orizzonti che si allargano, tic tac, toc toc, le ispirazioni e l’inspirazioni,  la polpa e i semi.

Morale della favola: in un acino d’uva ci vedi tante cose.

Questione di ToDoWishList

Questione di ToDoWishList

Allora, così ho deciso: quando ho sentito settembre chiamare gli altri mesi dell’anno mi sono chiusa nella mia stanza rossa, perché – questo deve essere chiaro – lei – la stanza rossa – è sempre fonte di macabre ispirazioni. Tutti insieme – i mesi – in 47 minuti  (negli altri 13 della restante ora ho inaugurato l’autunno con il thè alla vaniglia che, alla temperatura di benevoli 100°, è cascato violento sulle cosce) mentre, con la testa appoggiata su un numero indefinito di cuscini, provavo a stare ferma e a circoscrivere, per pura prudenza, il mio orizzonte temporale a 7 giorni e non a 365. Ma niente, settembre, puntualissimo, li ha chiamati tutti.

Morale della favola: la ToDoList di quest’anno conta 247 punti.  Che, se dovessero essere rispettati, sarebbero in media circa 0,68 al giorno. E se oggi, 30 settembre, ho semialzato solo mezzo dito, vuol dire che ho già fatto saltare in aria un numero discreto di pro-getti (ma se usassi una media ponderata potrei ancora rimediare).  La verità? Al 76° posto c’è “imparare a fare la cheesecake, che è il tuo dolce preferito”, mentre alla posizione 203° leggo “saper fare il brownie al cioccolato che è il tuo dolce preferito“ . Nella mia ToDoList ci sono delle contraddizioni perché, a pensarci bene, il mio dolce preferito è la sfogliatella rigorosamente riccia. Poi le solite cose (semplici e banali): “vedere film in inglese”, “imparare 5 parole di francese al giorno”, giusto per un quieto vivere e capire qualche strofa di Jacques Brel e “ottimizzare i tempi morti”. Su questo punto chissàcosaintendevodire: registrare i seminari di qualcosa di vagamente astruso e ascoltarli mentre dormo? Non stare più dietro ai valori impazziti della mia stazione meteorologica? Rinunciare a Topolino? No, grazie.  Poi a pensarci bene la mia ToDoList, per attuarla, necessiterebbe di un leggero incremento di  cash perché, malgrado non includa nessun capo griffato, contempla i concerti di Sakamoto, David Sylvian e Bob Dylan che, detto tra noi, questi, belli e bravi quanto vuoi, si fanno pagare un accidente. Ma, accidente a parte, la mia ToDoList necessita di una rivisitazione strutturale perché ha dei punti da Wish List tra quelli rigorosamente ToDo. Ma un poco poco me lo merito:

  1. considerando che la maggior parte dei punti ruota intorno ai precari intenti della tesi di dottorato,
  2.  onde evitare il proseguimento acuto di uno sclero già in atto,
  3.  è bene introdurre elementi Wish tra quelli ToDo.

Così lo sguardo si rilassa, le pupille si dilatano e ne esce un sorriso smorzato.  Soprattutto quando, amaramente, leggo il  punto 247 sottolineato due volte con tanto di solenne penna rossa. Il punto dicevo: “partorire altri pensieri e non farli morire di solitudine”.

Pretty (ugly before)

Pretty (ugly before)

Quando ascolto Pretty (ugly before) mi viene voglia di correre e di svuotare la testa – perché ci sono momenti in cui quest’affare dalla forma vagamente ovale, soprattutto per chi non è multitasking e litiga con le capacità gestionali, è saturo di indecifrabili grovigli.  Al 51esimo secondo però, già immagino un traguardo, perché si innesca un’irrefrenabile voglia di fermarmi e di precipitarmi in un abbraccio caloroso, uno di quelli in cui resteresti eternamente e che inconsciamente ti ripeterebbe “non ti preoccupare, ci sono io”, uno di quelli che, un po’ come la scontata scena finale da commedia americana, ti direbbe “il mondo è fatto di sette miliardi di persone, ma se siamo in due già è un buon segno”. Ma francamente, ingenuamente, pateticamente, a me piacerebbe.  A quel punto, la mente si rilasserebbe perchè qualcuno ascolterebbe la pesante pressione delle tue braccia fino a non sentire più nessuna forma di attrito, se ne assumerebbe tutto il carico e le renderebbe leggere leggere come l’aria dei primi giorni di primavera, qualcuno ti aiuterebbe a smussare gli angoli e ad accendere una stella. Una stella.

Morale della favola: il mio traguardo sei tu.

Oroscopo del giorno

Oroscopo del giorno

Capricorno. Ho due informazioni per quelli come te che sbocciano in ritardo, due messaggi che ti aiuteranno a non chiederti sempre quanto tempo ci mettono le cose a succedere nella tua vita. La prima è che, mentre in alcune querce le prime ghiande ci mettono vent’anni a spuntare, altre non ne producono nessuna fino a quando non hanno 40 o 50 anni. Il secondo messaggio ti arriva dal poeta Robert Bly: “Conosco molti uomini che sono più sani a 50 anni di quanto lo siano mai stati prima, perché ormai hanno meno paura”. Non ti scoraggiare, Capricorno, e continua a impegnarti.

Morale della favola: che magra consolazione, caro oroscopo!

L’amore secondo…

L’amore secondo…

A te si arriva

A te si arriva solo attraverso te.
Ti aspetto.
Io sì che so dove mi trovo,
la mia città, la via, il nome
con cui tutti mi chiamano.
Però non so dove sono stato con te.
Là mi hai portato tu.
Come avrei imparato la strada
se non guardavo nient’altro che te,
se la strada era dove tu andavi,
e la fine fu quando ti fermasti?
Che altro poteva esserci
più di te che ti offrivi, guardandomi?
Però adesso che esilio,
che mancanza,
e lo stare dove si sta.
Aspetto, passano i treni,
i destini, gli sguardi.
Mi porterebbero dove non sono stato mai.
Ma io non cerco nuovi cieli.
Io voglio stare dove sono stato.
Con te, ritornarci.
Che intensa novità,
ritornare un’altra volta,
ripetere mai uguale
quello stupore infinito.
E fino a quando non verrai tu
io resterò sulla sponda
dei voli, dei sogni,
delle stelle, immobile.
Perché so che dove sono stato
non portano né ali, né ruote, né vele.
Esse vagano smarrite.
Perché so che dove sono stato con te
si va solo con te, attraverso te.

Il futuro

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

Morale della favola: la prima, Pedro Salinas; la seconda, Julio Cortázar.